Quinto millennio

Ogni mattone, ogni sampietrino, ogni palazzo a Roma è capace di raccontare e parlare

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La grigia vita del quinto millennio

le fiabe di Roberto bianchi pedagogista e scrittore

Mik camminava tra le strade dense di smog e traffico, in mezzo alle navicelle spaziali e agli elicotteri ergonomici che ognuno usava per andare a lavoro.
Si guardava le mani, ormai divenute enormi, dato che era buono solo a fare messaggi col telefonino e a cambiare canale col telecomando:
“Com’è triste la grigia vita del quinto millennio!” diceva con quei palmi grossi grossi, le gambe quasi atrofizzate per il poco moto e la pancia prominente.

Intorno alle città non c’erano più le verdi campagne per le gite domenicali come ai nostri tempi… anzi le piante erano solo un ricordo tenuto nei musei e si doveva procedere con la maschera antigas. Le antiche costruzioni erano state rase tutte al suolo.

Non c’era più traccia di piramidi o sfingi, non esisteva più la Grande Muraglia Cinese… solo una città era rimasta a ricordo del passato: Roma Caput Mundi e Mik abitava proprio vicino alla capitale del famoso Impero.

“Per noi ragazzi non c’è gioia, non ci sono emozioni, c’è solo la televisione da vedere coi suoi programmi di sangue e i messaggi di lotta!” diceva e non credeva più a niente, non era capace d’immaginare né di vagare con la fantasia. Non si emozionava mai, non aveva sentimenti, erano più umani i robot e gli automi che vivevano nelle sue giornate, di lui e di tutti gli altri uomini del Pianeta Terra.
“Faremo una gita a Roma!” gli disse il mutante suo maestro.

I professori infatti erano degli alieni venuti da una lontana galassia. Non si andava più a scuola tutti insieme per condividere e scambiare, ma ci si limitava a stare con i propri insegnanti UFO, per apprendere trinomi ed equazioni, avendo scordato del tutto quali siano gl’insegnamenti pedagogici utili al convivere con cuore e animo.

“Vedrai che città emozionante!”
disse il maestro all’allievo.
“Non ci credo e non ci crederò mai!” rispose Mik.
Presero lo scooter volante e si diressero a Roma. Dapprima videro Fontana di Trevi, poi la via Imperiale, quindi l’anfiteatro Flavio e poi gli antichi acquedotti.
“Avviciniamoci!” declamò l’alieno allo scolaro. La coppia atterrò e si portò innanzi alla statua di Pasquino.
Era la statua che per anni era stata chiamata statua parlante dai romani, in quanto su di essa il popolo poteva lasciar affissi messaggi ai potenti ed era come se la scultura fosse messaggera della voce della gente. Roma è città unica e fantastica. Tra i calcoli del quinto millennio e le iper-modernità non aveva perso quel non so che di magico che l’avvolge e che da sempre la caratterizza. La statua di Pasquino cominciò a muoversi e a parlare davanti allo scettico Mik.
“Roma tutta parla, coi suoi monumenti, le sue strade, le sue fontane e parla della vita degli antichi tempi, del popolo che si dava da fare, dell’imperatore che preparava ogni sorta di richiamo per contentare i Romani e del rispetto per le terre conquistate dalle legioni!”
L’incredulo Mik cominciò a emozionarsi davvero.
“Non mi era mai accaduto in vita mia!” diceva piangendo di gioia. Finalmente il suo animo si era aperto. Stava comprendendo l’assurdità di quell’era senza animali né piante, con gli uomini ridotti a formiche vaganti o a pecore davanti alla tv.

Era stata Roma a compiere il prodigio
… ma basta provare: ogni mattone, ogni sampietrino, ogni palazzo a Roma è capace di raccontare e parlare.

 

 

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