Era l’ora più attesa dai romani, quando col calar della sera ci si apprestava a preparare la cena e spirava il refrigerante Ponentino.
Si dimenticavano la stanchezza e i lavori diurni, fantasticando su come si sarebbero vestite le matrone duranti i canti della notte, quando i musici avrebbero suonato le loro cetre.
Roma era spettacolosa in quel momento di crepuscolo, fra i colori dei mattoni e del tufo, mentre il sole si dirigeva all’occaso e dalle cucine provenivano aromi stuzzicanti.
Era un momento di gran pace e gioia, solo Fauro non si lasciava trasportare dall’atmosfera, si copriva il volto accarezzato dal dolce zefiro e si lamentava:
“Che angoscia! Che tristezza!” era incapace di apprezzare l’Urbe con i suoi fantastici stornelli, la musica, le bellezze artistiche, la via Imperiale e il Pantheon.
Intanto il Ponentino vivificava la città donandole nuova vita e i concittadini di Fauro esultavano e si davano alla gioia.
Insieme al venticello scorrevano nell’aria le parole e i suoni della città, cantavano d’amore e di letizia ma Fauro era sempre più serio.
“Odio la vita, non provo mai nulla che mi faccia sentir bene!” si dava tormento inveendo contro il Ponentino e camminando lungo il Tevere.
Nel biondo fiume crescevano all’epoca particolari piante, simili a ninfee che galleggiavano sull’acqua. Fauro si sentì chiamare da un capitone che sguazzava su una di queste piante. Era una di quelle grosse anguille magiche mandate dagli dèi a illuminare le menti di chi non sapeva godere della vita. Il capitone chiamò Fauro che si avvicinò alla sponda e si chinò per ascoltarlo.
Mentre si affacciava alla riva, si accorse che si trovava innanzi a uno spettacolo fantastico: c’erano sirene che danzavano nuotando e il fondale appariva ornato da pietre di mille colori, sulle quali si rispecchiava il cielo del tramonto.
Il capitone disse:
“La tua tristezza è nel tuo cuore che non si lascia trasportare dalla gioia di esistere! Sei un pessimista! Fermati e lasciati accarezzare dal Ponentino: è il vento di Roma ed è capace di spazzare via la tristezza e la mestizia!”
Fauro si fermò e mise le guance al vento: era vero, quel soffio incantato portava via ogni pensiero mesto, l’alito dolce del Ponentino era ed è davvero una cosa incantata.