C’era nell’Antica Roma un sentimento speciale che inebriava anche le genti povere: i plebei senza lavoro, le famiglie senza pane che sopravvivevano tra stenti e difficoltà.
A infondere tale magico impulso era l’allegria che si viveva presso l’urbe e che aveva fatto capire cos’era la speranza.
C’erano saltimbanchi che cantavano, pagliacci che si esibivano, giochi al circo, teatro anche per miseri. Roma non voleva piangere e sperava sempre.
Quel giorno un cantastorie si trovò nelle insulae (le Insulae erano i rioni dei plebei) dei poveri.
Tutti erano tristi e mogi. Egli cominciò a raccontare:
“Vi siete mai chiesti cosa è la speranza? Ve lo narrerò io! Una volta, è scritto nella pietra, c’erano 4 candele. La prima candela era la pace. ‘Gli uomini non vogliono la pace, tanto vale che io mi spenga.’ diss’ella e la fiamma si smorzò. Il secondo moccolo era la fede e meditava: ‘La gente non ha fede!’ e si spense. La terza candela pareva più luminosa e decisa a resistere, si trattava della candela dell’amore. Di amore però nelle vite delle genti non ce n’era più, allora anche questa disse: ‘Mi spengerò!’ e piano piano anch’essa non emise più luce.
Entrò nella stanza un bambino. Aveva paura dell’oscurità e si mise a piangere. La quarta candela era la Speranza, ella pure stava per spengersi ma riprese viva a rilucere e disse:
“Ecco, io che brillo forte sono la speranza. Adesso vincerò il buio e con me potrai riaccendere le altre tre candele spente!’ Fu così che il bambino non pianse più e acquisì una gran virtù che gl’insegno a sperare sempre!” grazie a questo racconto tutti i plebei sorrisero e decisero di assaporare con gusto le feste e i tripudi dell’allegria dell’Urbe, città sempre dedita a solennizzare con banchetti, canti e gioia ogni accadimento della vita, proprio grazie alla speranza.